C’è una cosa che sento ripetere spesso, in modi diversi, da quasi tutte le persone con cui lavoro: “So che dovrei stare meglio di così.” A volte lo dicono con un sorriso un po’ stanco, altre volte con una frustrazione vera. Quasi sempre con quella sensazione sottile di colpa che accompagna chi non riesce a capire perché, pur avendo tutto sommato una vita normale, non si sente davvero bene.
Questa frase mi tocca ogni volta, perché la conosco bene. Non da un libro, non da un corso di formazione — la conosco perché l’ho vissuta anch’io. E conosco l’errore che ci sta dentro: l’idea che “stare bene” sia uno stato che si raggiunge una volta per tutte, che si ottiene facendo le cose giuste, che si merita solo se si è abbastanza forti, abbastanza disciplinati, abbastanza capaci di gestire tutto.
Cosa troverai in questa pagina:
Questo articolo racconta la mia filosofia. Se ti senti costantemente in apnea, stanca o fuori asse, qui non troverai soluzioni magiche o protocolli rigidi. Troverai un approccio onesto basato sull’ascolto delle emozioni, sulla floriterapia e sulla Mindfulness come vie per ritrovare la tua centratura.
Da dove nasce questo lavoro
Il mio percorso professionale nel benessere emotivo non è nato da una vocazione immediata, né da un’intuizione brillante. È nato da un bisogno personale, come spesso accade con le cose che poi diventano centrali nella nostra vita.
Ho cercato anche io, per anni, risposte e strumenti che mi aiutassero a stare meglio. L’ho fatto con quell’approccio tipico che molti di noi conoscono: cercare la soluzione, trovare il metodo giusto, sistemare quello che non va. Come se il benessere fosse un problema tecnico da risolvere.
Quello che ho capito, nel tempo e spesso nel modo più scomodo, è che le cose non funzionano così. Non perché non esistano strumenti validi — esistono, e li uso ogni giorno nel mio lavoro — ma perché il punto di partenza sbagliato è già l’idea che ci sia qualcosa da “sistemare”. Che ci sia una versione difettosa di noi da correggere e una versione migliore da raggiungere.
Uno dei concetti che più mi hanno cambiata — e che porto nel mio lavoro con convinzione — è questo: l’imperfezione non è qualcosa da eliminare. È la nostra perfezione. I cosiddetti difetti, le fragilità, i modi di reagire che non ci piacciono: non sono errori di sistema. Sono parti di noi che parlano, che dicono qualcosa della nostra storia, dei nostri bisogni, delle nostre ferite. Possiamo cambiare, possiamo crescere, possiamo stare meglio — ma solo se partiamo da un’accettazione vera di ciò che siamo, non da una guerra contro noi stessi.
Questa consapevolezza si è consolidata soprattutto attraverso il lavoro con le persone. È lì che ho visto con chiarezza quanto ogni percorso sia davvero unico, quanto le stesse difficoltà possano avere radici completamente diverse, quanto sia inutile — e spesso controproducente — applicare un metodo uguale per tutti.
Le emozioni non sono il problema
Viviamo in una cultura che ha un rapporto molto complicato con le emozioni. Da un lato le celebra — basta guardare quanta attenzione ricevono oggi temi come l’intelligenza emotiva, la vulnerabilità, il benessere psicologico. Dall’altro, nella pratica quotidiana, continuiamo a trattare le emozioni difficili come qualcosa di cui liberarci il prima possibile.
Ansia, rabbia, tristezza, insicurezza: vengono vissute come segnali di malfunzionamento. Come se sentirle troppo significasse che c’è qualcosa che non va in noi. Si cerca di ridurle, di ignorarle, di trasformarle rapidamente in qualcosa di più accettabile. O, in alternativa, ci si giudica aspramente per il fatto di provarle.
Ho fatto anche questo, a lungo. Ho cercato di capire “come non sentirmi così”, come controllare le reazioni emotive, come essere più razionale, più stabile, più gestibile — anche ai miei stessi occhi.
Quello che ho imparato — e continuo a imparare — è che le emozioni non sono il problema. Sono informazioni. Sono il modo in cui il nostro sistema interno ci comunica qualcosa: cosa è importante per noi, dove siamo stati feriti, cosa ci manca, cosa abbiamo bisogno di cambiare o di accettare.
Prendiamo l’ansia. Per molte persone è diventata quasi uno stato di default, qualcosa di così presente da sembrare normale. Si cerca di gestirla, di contenerla, di fare in modo che non interferisca troppo con la vita quotidiana. Ma raramente ci si ferma a chiederle: cosa stai cercando di dirmi? Di cosa ho paura, davvero? Cosa sto evitando di guardare?
Non sto dicendo che basti fare questa domanda per far sparire l’ansia. Non funziona così, e chi ti dice il contrario ti sta vendendo qualcosa di semplificato. Sto dicendo che fermarsi ad ascoltare — anche solo un po’, anche con difficoltà — cambia il modo in cui viviamo le emozioni. Smettono di essere nemici da sconfiggere e diventano messaggi da decifrare.
Questo non significa che tutte le emozioni vadano accettate passivamente, né che debbano guidare ogni nostra scelta. Significa imparare a stare in relazione con loro, invece di combatterle o subirle.
Il corpo non è separato: quando le emozioni parlano attraverso di noi
C’è un aspetto del lavoro sul benessere emotivo che spesso viene sottovalutato, specialmente in una cultura che tende a separare mente e corpo come se fossero due entità indipendenti: il corpo registra tutto.
Non è una metafora. È letteralmente quello che succede. Le emozioni non si manifestano solo a livello cognitivo — come pensieri, preoccupazioni, stati mentali. Si manifestano nel corpo: nella tensione alle spalle che non passa mai del tutto, nel respiro corto nei momenti di stress, nella stanchezza che non si risolve nemmeno dopo una notte di sonno, nella difficoltà a rilassarsi anche quando finalmente si ha tempo e spazio per farlo.
Molte persone arrivano a consultarmi portando proprio questi segnali fisici: una stanchezza cronica, una tensione persistente, la sensazione di essere sempre “sul pezzo” senza mai riuscire davvero a scendere. Spesso non li collegano immediatamente a quello che stanno vivendo emotivamente. È comprensibile: siamo abituati a cercare cause fisiche per sintomi fisici, e a trattare la sfera emotiva come qualcosa di separato.
Ma il confine tra le due dimensioni è molto più sfumato di quanto pensiamo. Quando viviamo situazioni di stress prolungato, di emozioni non elaborate, di conflitti interni irrisolti, il corpo li porta. Li accumula. Reagisce. E spesso lo fa in modi che, se impariamo a leggerli, ci dicono qualcosa di molto preciso su ciò che sta accadendo dentro di noi.
Nel mio lavoro cerco sempre di tenere insieme queste due dimensioni. Non si tratta di fare diagnosi, né di interpretare ogni sintomo fisico come una metafora psicologica — questo sarebbe una semplificazione pericolosa. Si tratta di sviluppare una sensibilità verso i segnali del corpo, di imparare ad ascoltarlo come si impara ad ascoltare le emozioni: con curiosità, senza giudizio, senza la fretta di risolvere tutto subito.
Ascoltare i messaggi del corpo è il primo passo per stare meglio. Se senti che le tue emozioni stanno parlando attraverso una stanchezza che non passa, ti invito a fare il mio Test di Benessere Emotivo. Analizzerò personalmente la tua situazione per aiutarti a fare chiarezza.
Occupare il proprio spazio: una questione di cui non si parla abbastanza
C’è un tema che ritorna in modo trasversale nel mio lavoro, indipendentemente dalle difficoltà specifiche che le persone portano. Ed è questo: la difficoltà a occupare il proprio spazio.
Lo intendo sia in senso fisico che emotivo. Fisicamente: quante persone si fanno piccole, occupano il minimo indispensabile, si siedono sul bordo della sedia, parlano sottovoce, si scusano di esistere? Emotivamente: quante persone faticano a esprimere un bisogno, a dire no, a chiedere quello che vogliono, a riconoscere che i loro sentimenti hanno valore anche quando non sono “giustificati” agli occhi degli altri?
Non occupare il proprio spazio è spesso il risultato di una storia lunga: messaggi ricevuti nell’infanzia, relazioni che ci hanno insegnato a rimpicciolirci per essere accettati, traumi grandi o piccoli che ci hanno convinto che i nostri bisogni fossero troppo, che la nostra emotività fosse eccessiva, che dovessimo essere diversi da come siamo per meritare amore e attenzione.
Imparare ad occupare il proprio spazio — con delicatezza, con gradualità, ma con determinazione — è uno degli aspetti più importanti di un percorso di crescita personale autentico. Non si tratta di diventare egocentrici o insensibili alle esigenze degli altri. Si tratta di smettere di esistere in modo preventivamente scusato.
Crescere nonostante i traumi — e farsi carico di sé
Uno degli aspetti più delicati — e più importanti — del lavoro sul benessere emotivo riguarda il rapporto con il proprio passato. Con le ferite che ci siamo portati dietro, con le esperienze difficili, con i traumi — grandi o piccoli che siano.
Esiste una narrativa diffusa che tende a fare del passato una spiegazione totale del presente. “Sono così a causa di quello che ho vissuto.” E c’è del vero in questo: le esperienze ci formano, ci segnano, ci modellano. Non si può ignorarlo, né sarebbe utile farlo.
Tuttavia, c’è un punto in cui questa narrativa può diventare una trappola. Il punto in cui il passato smette di essere qualcosa che ci ha fatto e diventa la giustificazione permanente di come siamo. Il punto in cui la storia diventa un’identità immutabile invece che un punto di partenza.
Quello in cui credo profondamente — e che vedo confermato nel lavoro con le persone — è che siamo capaci di crescere nonostante i traumi. Non grazie a essi, necessariamente. Non è vero che tutto quello che ci ha fatto del male ci ha anche reso più forti in modo automatico. Ma è vero che possiamo elaborare, integrare, trasformare la nostra relazione con quello che abbiamo vissuto.
E c’è un momento — che arriva per ognuno in tempi diversi — in cui dobbiamo fare una scelta. La scelta di farci carico di noi stessi. Non perché quello che abbiamo vissuto non conti, non perché le difficoltà che portiamo siano colpa nostra. Ma perché nessun altro può farlo al posto nostro.
Nessuno può sentire al posto nostro quello che proviamo. Nessuno può capire fino in fondo i segnali del nostro corpo, le sfumature delle nostre emozioni, i pattern che si ripetono nella nostra vita. Siamo gli unici esperti di noi stessi. E questo, invece di essere un peso, può diventare una forma di libertà.
Questo non significa essere soli. Significa essere i protagonisti del proprio percorso. Non le vittime di una storia che non possiamo cambiare.
I Fiori di Bach: uno strumento, non una bacchetta magica
I Fiori di Bach sono uno degli strumenti principali che utilizzo nel mio lavoro, e voglio spiegare come li intendo — perché c’è molta confusione intorno a questo tema, sia in senso positivo che negativo.
Da un lato c’è chi li vede come rimedi miracolosi, soluzioni rapide per qualsiasi difficoltà emotiva. Dall’altro c’è chi li liquida come placebo senza alcun fondamento. La mia posizione è diversa da entrambe.
I rimedi floreali di Bach sono un sistema di cura sviluppato dal medico inglese Edward Bach negli anni Trenta del Novecento. Ogni rimedio è associato a uno stato emotivo specifico — paura, incertezza, solitudine, senso di sopraffazione, e molti altri. Il sistema si basa sull’idea che gli squilibri emotivi siano alla radice di molti disagi, e che i rimedi possano aiutare a riportare equilibrio a livello sottile.
Nel mio lavoro non li propongo come sostituti di un percorso psicologico, né come soluzione autonoma a difficoltà che richiedono un supporto più strutturato. Li utilizzo come strumento di accompagnamento: qualcosa che può facilitare l’ascolto interiore, rendere più accessibili certi stati emotivi, aiutare a vivere un momento di transizione con maggiore equilibrio.
Quello che ho osservato nel tempo è che i Fiori di Bach funzionano meglio quando sono inseriti in un contesto più ampio di consapevolezza e ascolto. Non come pillola emotiva da prendere e dimenticare, ma come parte di un processo in cui la persona è attiva, presente, disposta a osservarsi.
La scelta dei rimedi non è mai casuale o standardizzata. Parte sempre da una conversazione approfondita, da un ascolto della persona nella sua specificità. Due persone che vivono “ansia” possono avere bisogno di rimedi completamente diversi, perché la loro ansia ha radici, sfumature e manifestazioni diverse.
Se vuoi approfondire leggi la guida ai fiori di bach che trovi in questo blog
La mindfulness: non una tecnica, ma un modo di stare
La parola mindfulness è diventata quasi inflazionata negli ultimi anni. La si trova ovunque: nelle app di meditazione, nei programmi aziendali di benessere, nei consigli di self-help. Questo ha prodotto un effetto strano: da un lato ne ha diffuso la conoscenza, dall’altro ne ha spesso svuotato il senso, riducendola a una tecnica di rilassamento o a una pratica da fare per dieci minuti al giorno per sentirsi meglio.
Il modo in cui intendo la mindfulness è diverso. Non è una tecnica da eseguire correttamente. Non è qualcosa che si fa e poi si smette. È, nella sua essenza, una qualità dell’attenzione: la capacità di accorgersi di quello che sta accadendo — dentro e fuori — nel momento in cui accade.
Accorgersi che la mente è già altrove mentre si sta parlando con qualcuno. Rendersi conto di una tensione che sale nel petto in una situazione di conflitto. O amcora, vedere che si sta mangiando senza assaporare, camminando senza vedere, vivendo in modalità automatica. Questi piccoli momenti di presenza — che non richiedono di sedersi in meditazione, anche se quella pratica ha un suo valore — cambiano progressivamente il rapporto che abbiamo con la nostra esperienza.
Uno degli effetti più preziosi di questa qualità di attenzione è che riduce la reattività automatica. Non elimina le emozioni difficili — e non è questo l’obiettivo. Ma si crea uno spazio, anche minimo, tra quello che accade e la nostra risposta. E in quello spazio c’è la possibilità di scegliere come reagire, invece di essere guidati esclusivamente da schemi automatici.
Nel percorso che propongo, la presenza non è un modulo separato o una pratica aggiuntiva. È un filo che attraversa tutto: l’ascolto delle emozioni, il rapporto con il corpo, il lavoro con i Fiori di Bach, la comprensione dei propri schemi.
Se vuoi conoscere i principi della Minfulneess e come può aiutarti nella tua vita puoi leggere la guida alla Mindfulness che ho scritto per te.
Come lavoro: accompagnare, non risolvere
Voglio essere chiara su una cosa, perché credo che sia importante per capire se il mio lavoro può essere utile per te: io non offro soluzioni preconfezionate. Non ho un protocollo che applico uguale per tutti. Non prometto risultati in un numero definito di sedute.
Quello che faccio è accompagnare. La differenza non è solo semantica.
Accompagnare significa creare uno spazio in cui quello che emerge — emozioni, pensieri, sensazioni, confusione — può essere guardato con più chiarezza. Significa aiutare a leggere i propri schemi da una prospettiva leggermente diversa. Significa essere presenti senza sostituirsi, supportare senza togliere responsabilità.
Ho imparato che il cambiamento vero — quello che dura, quello che tocca qualcosa in profondità — non avviene perché qualcuno dall’esterno ti dice cosa fare o come stare. Avviene quando la persona inizia a vedere e a comprendere qualcosa di sé che prima non riusciva a vedere. Avviene dall’interno.
Questo richiede tempo, spesso più di quanto si vorrebbe. Richiede disponibilità a stare nell’incertezza per un po’, a non avere risposte immediate, a tollerare momenti in cui le cose sembrano più confuse di prima — perché a volte è proprio quello che accade quando si inizia a guardare davvero.
Non è un percorso per chi cerca soluzioni rapide. È un percorso per chi è disposto a mettersi in gioco con onestà. Se vuoi puoi dare un’ochiata ai miei percorsi o alle risorse gratuite
Una precisazione necessaria
Mi occupo del benessere emotivo, della consapevolezza e del riequilibrio. Non sono una psicologa, non effettuo diagnosi, e il mio lavoro non sostituisce un percorso psicoterapeutico o un supporto medico.
Dico questo non come disclaimer formale, ma perché ci tengo davvero alla chiarezza. Ci sono situazioni in cui è fondamentale rivolgersi a un professionista della salute mentale o a un medico, e in quei casi lo dico apertamente. La cura di sé non è fai-da-te quando il livello di difficoltà richiede un intervento specialistico.
Il mio lavoro si affianca — non si sostituisce — ad altri tipi di supporto. Spesso le persone che mi contattano stanno già seguendo un percorso psicologico e cercano qualcosa di complementare. Altre volte il lavoro che facciamo insieme chiarisce che sarebbe utile approfondire con uno psicologo, e in quel caso lo dico.
A chi è utile questo tipo di percorso
Non esiste un profilo unico della persona che può beneficiare di questo lavoro. Nel tempo ho accompagnato persone in momenti e situazioni molto diverse tra loro.
Se attraversi un momento di crisi — una perdita, una separazione, un cambiamento di vita importante — e senti il bisogno di uno spazio in cui elaborare quello che sta vivendo senza dover “fare il forte”, i miei percorsi potrebbero aiutarti
C’è chi non sta attraversando una crisi apparente, ma sente una specie di insoddisfazione di fondo, una sensazione che qualcosa non torna, un malessere difficile da nominare. Non sa bene cosa cerchi, ma sente che qualcosa deve cambiare.
Oppure chi riconosce degli schemi che si ripetono — nelle relazioni, nelle reazioni emotive, nelle scelte — e vuole capire da dove vengono e come uscirne.
Potresti semplicemente essere curioso di conoscerti meglio, di sviluppare una relazione più consapevole con le tue emozioni e con il tuo corpo.
Quello che accomuna tutti questi casi è la disponibilità a fermarsi, anche un po’, e a guardarsi con onestà. Non è necessario sapere già cosa si cerca. Spesso è proprio dall’ascolto che emerge cosa è importante esplorare.
Da dove iniziare
Se sei arrivata fin qui, probabilmente qualcosa di quello che hai letto ti ha toccato — o ti ha fatto venire in mente qualcosa. Forse hai riconosciuto un modo di stare che conosci bene, o ti sei ritrovata in una delle situazioni che ho descritto. Forse stai semplicemente cercando un punto di partenza.
Ho scelto di mettere a disposizione molte risorse gratuite proprio per questo: perché credo che ognuno debba avere il tempo e lo spazio per capire se questo tipo di approccio è adatto a sé, senza pressioni e senza fretta.
Puoi iniziare da uno qualsiasi degli argomenti che senti più vicini in questo momento: le emozioni e il loro significato, il rapporto tra corpo ed emozioni, la mindfulness nella vita quotidiana, i Fiori di Bach. Non esiste un ordine giusto.
Se invece senti che vorresti parlare di quello che stai vivendo, puoi contattarmi. Non per un impegno, non per una risposta immediata — ma per uno spazio in cui iniziare a guardarti con un po’ più di chiarezza.
Il benessere non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte. È qualcosa che si costruisce nel tempo, passo dopo passo, attraverso l’ascolto di sé. E la prima cosa che serve, spesso, è solo la disponibilità a fermarsi.
Inizia il tuo percorso di ascolto da qui
Se ti sei ritrovata in queste parole e senti il bisogno di fermarti e guardarti con onestà, prenditi due minuti per fare chiarezza.
Compila il mio Test di Benessere Emotivo
- Risposta umana: Leggerò personalmente le tue risposte.
- Contatto diretto: Ti risponderò su WhatsApp entro 48 ore con un’indicazione utile per il tuo momento attuale.
- Nessun vincolo: Valuteremo insieme, senza impegno, qual è il passo più giusto per te.
Approfondimenti e Risorse Utili
Ho preparato per te una serie di risorse che puoi vedere o scaricare dal sito per approforndire gli argomenti trattati in questo articolo. Qui sotto una breve sintesi di quello che penso possa piacerti:
Le Guide Gratuite: un modo semplice per iniziare un percorso in autonomia in base alle tue esigenze personali. Le trovi nella pagina Risorse
I miei libri: per approfondire i temi che ti interessano di più. Li trovi nella pagina Pubblicazioni
Articoli del Blog che trattano i temi in modo più ampio come ad esempio:
- Fiori di Bach e emozioni una guida completa su cosa sono e come usarli
- Mindfulness, cos’è
- Naturopatia e benessere naturale
L’Autrice: Delia Solazzo
Sono Naturopata, consulente di Fiori di Bach e facilitatrice di Mindfulness. Equilibrio Natura è il mio spazio online di divulgazione: un luogo digitale nato per far conoscere la mia filosofia, condividere il mio approccio al benessere ed entrare in sintonia con chi desidera un cambiamento reale. Se ti ritrovi in quello che scrivo, posso guidarti direttamente attraverso i miei percorsi personalizzati di riequilibrio emotivo. Opero come professionista itinerante tra Toscana, Lombardia e Sicilia, ma le mie consulenze si svolgono prevalentemente online, ovunque tu ti trovi.



